domenica 19 agosto 2012

Rendez-vous

Come promesso, ci siamo riuniti. Tutti. Dopo almeno 15 anni. 
Tutti intorno allo stesso tavolo, che però era imbandito diversamente da come vi avevo raccontato. Le pietanze erano le stesse per tutti, ed erano per la maggior parte provenienti dalla cucina di mia mamma. 

Al posto delle fette biscottate la pizza, del brodo i cannelloni di mia nonna, delle fettine trasparenti il pollo con i peperoni, dello yogurt il cocomero e i tozzetti al vino. Che mia mamma e mia zia avevano deciso di anticipare il pranzo di ferragosto alla domenica precedente visto che il 15 non ci saremmo stati tutti [Il Papà ha anche il suo paese natio da visitare, ma di questo parlerò più avanti].

Tutto quel cambiamento in soli 15 anni mi aveva fatto quasi cascare dalla sedia per quanto mi sentivo destabilizzata.

Strano, perché entrando in casa avevo notato che sulla credenza erano ricomparse le stesse merendine con cui i miei cugini, ora ultratrentenni, facevano colazione e merenda quando eravamo piccoli. Quando ho visto le crostatine alla nutella del Mulino Bianco ho capito finalmente a chi dobbiamo ancora la loro sacrosanta produzione: a mio cugino R. Scusate, volevo dire R, che lui alla sua erre ci tiene molto. Dicevo, le merendine, ne mangerà ancora 2-3 al dì.

Pure cugino R e cugino F sembravano più o meno uguali, stesso peso anoressico per il primo, stessa faccia da bonaccione per il secondo.

Eppure, tutto sembrava così evoluto verso una direzione, quella luculliana: il banchetto perfetto. Il pranzo era tutto un susseguirsi di complimenti su come era stato cucinato il tutto. A dir la verità molti elogi se li è presi la Bisnonna e i suoi cannelloni, ma anche Nonna A e mia zia sono state molto brave. I cugini mangiavano ogni cosa di gusto. 

Addirittura cugino F scambiava commenti culinari con Fratello C, con il quale ha sempre avuto ben poco da spartire in fatto di vivande. Cugino F è un salutista convinto, Fratello C è venuto su a fettine panate e patatine fritte (e pure figo, che si sa la vita è ingiusta) e ora si atteggia a chef.

La sera stessa siamo addirittura andati tutti insieme a due sagre, quella della pecora prima e quella della birra poi. 

Tutte a Paese natio, che vive al proprio interno una ripartizione territoriale che neanche il muro di Berlino rendeva così netta. Il Centro e lo Scalo. Perennemente in concorrenza. Che se Centro propone la pecora, lo Scalo rilancia con una festa della birra che manco l’Oktober Fest.

Poi, grazie a Dio, è arrivato il Day After. Quello che ristabilisce la normalità. 

C’è stato un nuovo pranzo, sempre preparato secondo i dettami della mia famiglia. Ma, ma, ma. Ai fornelli avevano rifatto la loro comparsa 2 padelle identiche, in cui rosolavano i filetti. 
Ma, ma, ma. Uno ospitava quelli spessi e carnosi. L’altro delle varianti ‘snellite’ (non pensavo esistessero dei tagli così magri) e pallide. 

Al momento di mettersi a tavola, oltre alle zucchine al sugo, hanno fatto capolino da non so dove delle patate bollite.

Non è il caso che vi spieghi a chi erano destinati gli uni e gli altri. Vi dirò solo chi ha ristabilito l’ordine, la consuetudine, la mia stabilità psicologica vacillante nel giorno addietro: mio zio. 

Il re dei brodini – che si atteggiava il giorno prima a Ronald McDonald quanto a disinvoltura mangereccia - davanti ad una tavola imbandita con ogni ben di Dio, dal formaggio magro al filetto di manzo fumante, dalle patate bollite alla pizza al forno, lui, proprio lui, ha proferito: “potrei avere il mio yogurt magro con le fette biscottate?”

Ah, menomale. Voglio dire, uno al ricordo c’è attaccato e vorrebbe che alcune cose, per quanto assurde, non cambiassero mai.

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